La cultura del segreto e il diritto alla verità in Gran Bretagna. Intervista alla baronessa Neville-Jones

La cultura del segreto e il diritto alla verità in Gran Bretagna. Intervista alla baronessa Neville-Jones

Matteo Angioli
Membro del Consiglio Generale del Partito Radicale
Mer, 09/01/2013

Baronessa Neville-Jones, all’inizio degli anni ’90 lei è stata Presidente della Joint Intelligence Commission (JIC – Commissione Congiunta per l’Intelligence). Dal 2002 il Partito Radicale ha seguito gli sviluppi della guerra in Iraq e ora sta seguendo l’inchiesta Chilcot e il ritardo che qusta sta subendo. Può dirici come si è evoluta la JIC da quando era lei a presiederla rispetto alla presidenza di John Scarlett? E ancora, come giudica l’uso strumentale dei servizi segreti da parte del Primo Ministro, visto l’incarico di redigere un documento a loro firma per sostenere una scelta politica?

La JIC è una commissione che riunisce tutti i capi dei vari servizi segreti e altri importanti strumenti di intelligence; sono i poteri che costituiscono sia la struttura di difesa sia le forze di polizia del Paese. Non è quindi una commissione esclusivamente per i servizi segreti, ma una commissione mista. E’ presieduta per tradizione da un membro non appartenente alla comunità dei Servizi Segreti e io, per esempio, ero una funzionaria del Ministero degli Affari Esteri. Dunque è una commissione ufficiale, non ministeriale.

Il compito principale è fornire al governo informazioni già passate al vaglio dei servizi; sono informazioni analizzate anche alla luce di ciò che è noto attraverso altre fonti, come la nostra comunità diplomatica o il Ministero della Difesa. Il materiale giunge ai nostri ministri dopo aver superato un processo analitico dell’intelligence, su base segreta, che può essere incrociato con altre linee di informazioni. Il materiale viene presentato è una fotografia della situazione e la valutazione che ne segue ha lo scopo di indicare il livello di fiducia e affidabilità che coloro che hanno scattato la foto hanno nel prodotto che stanno confezionando. Questo è stato il modo in cui da sempre si è valutato l’intelligence. Si tratta di una creazione del dopoguerra, nata con la guerra e mantenutasi necessaria in seguito a causa della Guerra Fredda. Tale sistema è continuato, giustamente a mio avviso, anche dopo la fine della Guerra Fredda.

La credibilità di una commissione come questa dipende quindi dalla qualità e dall’integrità del lavoro che compie. Da qui ne deriva il rispetto di cui gode. Nel caso della guerra in Iraq però è successo qualcosa: in primo luogo, il governo Blair aveva apportato alcune modifiche cruciali nella gestione del governo. Per tradizione nel Regno Unito il funzionariato permanente lavora in contatto diretto con i Ministri e coloro che vi lavorano temporaneamente in virtù di una posizione politica, cioè i consulenti, operano in entrambi i sensi, con gli uni e gli altri. Ciò significa che possono lavorare con i Ministri, ma non possono avere e non devono avere alcuna autorità sui funzionari – in altre parole non possono diventarne i managers.

Blair non aveva grande interesse per le regole e ha fatto due cose. Ha assegnato poteri formali a Jonathan Powell [capo dello staff a Downing St, ndr] e al suo direttore delle comunicazioni Alastair Campbell, per ordinanza reale. Ne è conseguito che ogni qualvolta Powell e Campbell esprimevano un’opinione, di fatto i funzionari non potevano ignorarla. La seconda cosa che ha fatto Blair è stata quella di rompere la tradizione di nominare presidente della JIC un membro non appartenente alla comunità dei servizi segreti. Come sappiamo, Blair scelse John Scarlett, proveniente dal Secret Intelligence Service. Questo crea un’alterazione.

La JIC ha funzionato normalmente fino a quando non è stato necessario, per ragioni politiche, convincere l’opinione pubblica britannica della tesi del Governo, ovvero che la posizione di Saddam Hussein mirava a evitare le ispezioni sulle armi di dsitruzione di massa (ADM). Come sapete, c’era molto scetticismo a riguardo, perché non c’era alcuna prova recente della presenza di tali armi e per di più non era facile mantenerne traccia perché 1) gli ispettori erano mancati dall’Iraq per molto tempo e 2) nessuno di noi aveva ancora la propria ambasciata nel Paese. Quindi gran parte dell’evidenza era datata.

Per farla breve, per rispondere alla domanda di giustificare le ragioni di un simile comportamento, il Governo decise che lo strumento più adatto a disposizione per spiegare efficacemente la sua linea fosse la JIC.

Abbiamo visto tutti le grandi difficoltà incontrate dal Governo nel promuovere un caso convincente sulla base di un lavoro regolare, regolarmente eseguito. Quando fu presentata la prima relazione al Governo, Jonathan Powell disse chiaramente che non era sufficiente. Ma John Scarlett, essendo sottoposto all’autorità di Alastair Campbell, aveva l’obbligo di portare avanti il disegno politico sebbene ciò causasse un un forte disagio all’interno della commissione. Non credo proprio che la commissione fosse soddisfatta del modo in cui ha trattato le evidenze disponibili. La commissione è arrivata ai limiti dell’integrità del proprio lavoro e senza andare oltre, ma quando è stato chiaramente dimostrato che in realtà queste ADM non esistevano - e questa è in sé una storia interessante perché le prove che Saddam aveva usato ADM esistevano e in secondo luogo, credo che nessuno immaginasse che in realtà un uomo che una volta le aveva, stava dicendo al mondo che le aveva ancora - e si può capire perché agisse così - perché voleva di tenerci fuori – diceva “qui c’è un bel malloppo!”. E così nessuno ha pensato: “Forse non ce le ha!” Si presumeva: “Ci deve essere qualcosa da qualche parte!”

Sappiamo e sapete tutti com’è andata, questa storia ha gettato discredito su uno dei principali strumenti della macchina governativa tradizionalmente tenuto in grande considerazione. C’è stata un’inchiesta sulla sua condotta che ha portato nuove regole sul suo funzionamento che dovrebbero proteggere l’integrità del sistema. Non si può comunque mantenere l’integrità se la JIC è sottoposta ad pressione politica per scopi politici.

Questo governo agisce diversamente. Siamo tornati ad una situazione più classica. Il tipo di problemi di cui si occupa sono ancora quelli per cui sono necessarie le prove e le informazioni che non si trovano nella stampa o nel contesto diplomatico. Per me ha ancora un ruolo da svolgere. Oggi essa opera a fianco di altre commissioni che hanno un focus più domestico. C’è una commissione indipendente che si occupa di terrorismo e in particolare il lato domestico del terrorismo. Non è esclusiva, ma è su questo punto che si concentra. Dunque attualmente la JIC è una delle commissioni di valutazione, ma mantiene un ruolo centrale.

Per quanto riguarda la situazione attuale in Siria, perché il governo Cameron sta portando avanti apertamente l’esilio di Bashar al-Assad e perché il governo Blair non ha voluto la stessa soluzione per Saddam Hussein?

Questo non è una domanda sull’intelligence, è una domanda politica. I servizi segreti non fanno politica. Consigliano il Governo sulla situazione e poi sta al Governo prendere una decisione sulla base delle informazioni ricevute, ma non è compito dei membri dei servizi segreti dare raccomandazioni politiche. C’è una separazione molto netta nel nostro sistema ed è qui che si è verificato il cortocircuito in occasione del disastro con l’Iraq perché la JIC stessa si è ritrovata a dover difendere una linea politica. Questo non deve accadere perché la sua funzione è quella di dare ai membri del Governo informazioni affidabili, cioè la miglior interpretazione possibile della situazione sul terreno. I Ministri poi decidono. E’ una funzione del tutto separata ed è molto importante capire che le agenzie di intelligence non fanno raccomandazioni politiche.

In questo caso, verificare la disponibilità di un Capo di Stato a lasciare il suo paese è un altro tipo di informazione?

Sì, è una decisione politica. Non è previsto dal sistema britannico.

Pensa che la “cultura del segreto” che molti osservatori, inclusi osservatori britannici, dicono sia parte del sistema britannico sia in espansione, sia stabile, o in diminuazione?

Non sono d’accordo sul fatto che esista una “cultura della segretezza”. Concordo, perché credo siano necessari, sul fatto che abbiamo a disposizione strumenti all’interno della macchina del Governo britannico, che proteggono la nostra sicurezza. In un Paese che è tra gli obiettivi principali dei kamikaze e ancora purtroppo dei membri dissidenti dell’ex IRA non si può fare a meno di ottenere informazioni in modi diversi dal normale contesto diplomatico o tramite la stampa. Ovviamente è una questione molto importante conoscere fino a che punto si estendono i loro poteri e conoscere la portata delle loro attività. Sono tenuti a rispettare la legge in questo paese e agiscono in ambito governativo e secondo le loro finalità. Ogni volta che si deve intraprendere un’iniziativa nei confronti di un individuo che implichi l’impiego di forze di polizia ci deve essere un mandato ministeriale.

Sono numerose le attività sottoposte al controllo parlamentare. La Commissione Intelligence e Sicurezza è l’organo cui è affidata una funzione di controllo e al momento la sua attività si sta espandendo e sta acquisendo importanza. Se crediamo come crediamo che sia necessario continuare ad avere servizi di intelligence affidabili, è altrettanto importante assicurare il controllo parlamentare su questi e per questo la Commissione Intelligence e Sicurezza può esaminare, a porte chiuse, l’evidenza sulle operazioni in corso.

Ancora due domande: la prima è se secondo lei la JIC avrebbe dato il via libera per operazioni come quelle realizzate dalla Presidenza americana con l’uso di droni in paesi come il Pakistan e la seconda riguarda il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per la Verità, la Giustizia, Riparazione e Non Ripetizione. Questa posizione è stata creata nel settembre 2011 e dovrebbe trattare principalmente le denunce da parte delle vittime di gravi violazioni dei diritti umani. Il “diritto alla verità” è un diritto consuetudinario, che deriva dai gravi abusi risalenti alle dittature militari in paesi dell’America Latina e in Sud Africa. Pensa che in futuro il mondo conoscerà un modo più trasparente e accessibile di governare i nostri Paesi e quindi di aumentare l’accesso ai documenti tramite strumenti come il FoIA o sarà un attrito continuo tra le questioni di sicurezza nazionale e questo nuovo diritto?

Come detto, i servizi di intelligence non danno consulenze politiche, quindi ogni decisione riguardante un attacco di questa natura è di tipo politico e il Governo deve prendere in considerazione, chiedendo il parere legale, la legalità o meno di assassinii di questo tipo. Servirebbe una legge del Governo perché noi non abbiamo un’agenzia come la CIA che effettua anche operazioni militari. Le nostre agenzie non lo fanno. Abbiamo un sistema diverso.

Sull’altra domanda, personalmente ritengo che abbiamo bisogno di altri meccanismi che facciano vivere in un certo senso la responsabilità di proteggere, permettendo così al livello internazionale di scendere al di sotto del livello nazionale e collettivo. Dobbiamo trovare un sistema per poter affrontare i singoli casi, perché è l’impossibilità di affrontare i singoli casi che tende a produrre situazioni in cui i singoli casi si moltiplicano e rovinano le comunità. Possono generare conflitti gravissimi. E’ un modo di neutralizzare alcuni degli abusi che avvengono nella società.

Dobbiamo dire però che, ed è qui che troviamo la sproporzione, in società in cui vigono leggi sane, i singoli cittadini si sentono liberi e in grado di avvalersi concretamente di strumenti nazionali e internazionali e sanno occuparsi di questi problemi, e queste sono società in cui vi sono relativamente poche violazioni.

E’ molto difficile mettere in moto questo sistema. Quello che vorrei vedere è una ONU determinata ad affrontare le aree di abuso reale e a non essere manipolata da qualcuno, in società dove non vi è veramente la necessità, che possa dire “ecco un altro strumento che serve il mio scopo”.

Possiamo forse riassumere con un’espressione usata per lo più da Marco Pannella e Emma Bonino, per cui la “Ragion di Stato” prevale ancora sul “senso dello Stato”?

Beh, non credo che un paese dove regni la “Ragion di stato” sia qualcosa che noi riconosceremmo come legittimo. La “Ragion di stato” è l’esercizio del potere dello Stato senza legittimità. Invece deve avere legittimità. Deve essere sancito per legge. Direi piuttosto che la “Ragion di stato” è, per me, un’azione giudiziaria, che però può anche avvenire al di fuori del quadro della legge, quindi extra-giudiziaria. Questo non lo accetterei, perché penso che lo Stato di diritto rimanga fondamentale.

Anche in relazione alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo?

Certo, assolutamente!

Grazie.

 

Traduzione: Genea Canelles, Ciara O'Loughlin, Matteo Angioli